„Sind Sie Italiener?“ e altri 100 rompicapo

Se c’è una cosa che mi ha insegnato la mia esperienza all’estero è che mi è impossibile sviluppare capacità camaleontiche, di mimetizzarmi in un altro tessuto culturale. Vuoi per i capelli corvini, l’accento brutalmente italiano e l’acceso rossore al primo accenno di collera: ovunque io vada è chiaro da dove io venga.
Chiunque abbia fatto un viaggio, si sia anche solo spostato, conosce il gesto fermo del dito puntato accompagnato dall’affermazione „Italiano!“, destinata implacabilmente anche a chi di noi ha tratti meno riconoscibili. E con „riconoscibili“, in realtà, non so nemmeno bene cosa intendo; poiché chiedendo di spiegare come si sia arrivati alla mia nazionalità, la risposta ricevuta è sempre così aleatoria da ridurre tutto ad una specie d’istinto, un bisbiglio all’orecchio, una certezza innata. Lo si sa e basta.
E così come da grandi poteri derivano grandi responsabilità, allo stesso modo dall’appartenenza ad un popolo derivano grandi aspettative. Fin da subito, infatti, sono entrata a contatto con ciò che credono io sia e che cosa, soprattutto, io sia capace di fare. E quindi: se tutti i cinesi conoscono le arti marziali, si presuppone che io sappia almeno tenere in mano un mandolino.
Il mio bagaglio di esperienze mai avute cominciò a riempirsi quando mi ritrovai maldestramente a spiegare ad un cuoco indiano come si faceva la pizza napoletana, ampliandosi, qualche giorno dopo, co n i consigli per gli acquisti all’insegnante di tedesco alla ricerca di una macchinetta del caffè. Ricordo solo di aver ostentato saggezza e accuratezza di dettagli in un inglese però stentato, poiché mentire in tedesco era uno sforzo fin troppo laborioso.
E così, in ogni situazione di contatto umano ho dovuto fronteggiare una qualche sfida, una serie di domande, che in alcuni casi mi hanno messa davvero in difficoltà. Indimenticabile il giorno in cui una collega di corso mi interrogò letteralmente sui diversi tipi di pasta, facendomi giurare, estasiata, di non aver mai seguito un corso scolastico al riguardo. Praticamente ero un essere straordinario per aver detto „allora, questa è una penna liscia; se invece ci sono delle righine sopra allora sono penne rigate; questi sono i vermicelli“, mentre la mia interlocutrice parlava fluentemente cinese e inglese, scriveva in due diversi alfabeti, nella totale indifferenza di tutti.
L’idea di essere un essere speciale per qualcuno però mi ha aiutata non poco quando mi sono scontrata con la realtà dei fatti. Come tutti sanno, in qualsiasi gruppo in cui si entra a far parte, a maggior ragione in un gruppo di lingua, il primo passo è quello di presentarsi. E se ancora per gli udenti della mia presentazione non fosse stato chiaro, dopo aver detto il mio nome e il mio cognome, ho aggiunto „Ich komme aus Italien“, vengo dall’Italia. „Ah, Mafia“, „Berlusconi“ sono le parole che ho sentito risuonare nell’aula a seguito delle mie, cui ho risposto solo con un rossore di vergogna e assoluto mutismo.

Le domande sul pane, sulla pizza e sul caffè erano finite.

E così si è ripetuta la storia svariate volte, in cui „aah, Mafiosa“ ormai aveva sostituito la mia nazionalità. Da italiana a Mafiosa. Mafiosa, non più Teresa, non più io.
Con gli anni però mi sono calata in questo stereotipo a tal punto che ormai accompagno sempre al „no“ di risposta alla domanda di bere un caffè in centro, con „Italiana“, spallucce e mano alzata come si fa in classe per annunciare la presenza;, pur bevendo il caffè lungo ormai da due anni (e costantemente) durante le ore di lavoro.
E che scusa sarebbe, poi? Non lo so.
Fatto sta che non credo più che si possa imputare lo sbaglio solo agli altri. Ѐ vero, cercare di creare un legame con qualcuno che ci ha già mentalmente categorizzati non è piacevole, però penso sia preferibile prendere in mano la situazione e cercare di spiegarsi e raccontarsi, invece di combattere col muso lungo e l’aria accigliata.

Quindi: respiro profondo, sorridere e dare la mano per presentarsi, fare un po’ i fenomeni con i tipi di pasta e lasciarsi conoscere per quello che si è, per le briciole di pane che ci hanno condotto fino a qui, nel punto in cui siamo. Respirare intensamente e ricordare di sorridere quando diranno che il caffè turco/greco è il più buono del Mondo e annuire assaggiandolo. Siate forti.
Perché? Perché non si sa mai quando sarà il momento in cui, grazie a questo duro lavoro di conoscenza, riuscirete a salvarci la faccia, ad essere degli eroi della Patria. Un giorno potreste essere chiamati a spiegare ad una cara amica, allibita per un video tradotto in lingua cinese, che Gasparri parla a vanvera e che no, non tutti in Italia credono che la Cina sia il Cancro del Mondo, riuscendo così a portare avanti il lavoro di tanti che ogni giorno si ritrovano ad affrontare i pregiudizi e la mancanza di voglia di ascoltare. Renderete tutto più leggero, meno amaro e un filo più facile per chi intende instaurare rapporti con le donne e gli uomini che ci circondano. Poiché tutti abbiamo il potenziale per essere eroi, anche solo per un giorno.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Ero spesso e ho avuto diversi amici tedeschi, veri, onesti e leali e lo sono ancora. Come adoro il tedesco e la sua precisa difficoltà 😄

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  2. romolo giacani ha detto:

    Io ho una suocera tedesca….! 😅

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  3. Fritz Gemini ha detto:

    Teresa ti capisco perfettamente. Io coi luoghi comuni mi sono scontrato molto e in maniera piu’ subdola da meridionale al Nord che da italiano nei miei anni all’estero. Certo non ho frequentato la Germania, per cui non so il livello di prevenzione che si ha li nei nostri confronti. Pero’ ho notato che all’estero, dopo che hai dimostrato chi sei (parlo anche per esperienze di amici e conoscenti e per le storie di italiani conosciuti all’estero), gli stereotipi cadono. Al Nord no.

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