Tra Italia e Germania: storia di una Pandemia

Quando conosci qualcuno, capisci sempre quando c’è qualcosa che non va.

Un segreto, un rimpianto, un problema. Riconosci i fraseggi, lo straparlare, l’inquietudine, il silenzio come reazione a qualcosa che non si sa come dire, alcune volte per non far preoccupare, altre volte perché non si sa davvero come fare.

Non è nemmeno necessario che la persona sia vicino a noi, che ci guardi e ci ascolti direttamente, a far sì che l’inganno non venga scoperto.

Se qualcuno ci conosce, leggerà quel che c’è da sapere.

E a differenza di chi è sempre aggiornato, di chi sa come e dove cercare, io ormai ho sviluppato un metodo ineccepibile per capire quando qualcosa turba la quiete di chi mi è lontano: la mattina apro gli occhi, mi giro sul lato sinistro, prendo il cellulare e conto il numero di chat aperte, controllo le parole usate.

E il giorno in cui l’Italia è stata dichiarata zona protetta, prima ancora di poterlo leggere tra le righe delle parole di testo, sia io che gli abitanti del palazzo eravamo già pronti al peggio, avvertiti dal terremoto di magnitudo 7 ricreato alla perfezione dalla vibrazione del mio cellulare.

Decine di „Ciao, tutto bene?“ come un messaggio spam che non è stato filtrato poiché proveniente da numeri telefonici conosciuti. Un assalto così, l’avevo subito solo dopo la sparatoria ad Hanau.

Il prolungarsi della quarantena e della stringente vita quotidiana in Italia, ha poi comportato un repentino cambio di registro: si è lasciata cadere la maschera del dubbio per quella della curiosità. Le domande si sono evolute, moltiplicate: „come va lì?“, „che si dice?“, „che dicono di noi?“.  D’un tratto sono diventata un punto di riferimento, una spola oltre confine, tra la realtà quotidiana tedesca e i resoconti di notizie filtrate.

E se l’invito con preavviso di due settimane per organizzare una grigliata tra amici lo trovo ancora destabilizzante, ma piacevolmente pragmatico, il modo di procedere in questo periodo delle due Nazioni che conosco e a cui sono così saldamente legata, mi rende nervosa e confusa in modo esponenziale col passare dei giorni.

Ho cominciato a leggere riviste, paragonare numeri, misure politiche. Ho osservato la gradualità con cui le restrizioni italiane si siano fatte sempre più severe, ho ascoltato i racconti di chi ha dovuto familiarizzare con l’ „autocertificazione“ e il „lockdown“. Di chi si è visto in carcere pur non essendo colpevole di alcun reato; di chi doveva trovare le parole per spiegare ai propri figli che i mostri esistono e che alcuni si possono combattere con la lancia e un cavallo bianco e che altri, invece, possono essere neutralizzati solo rimanendo seduti su un divano. Senza nonni, né cugini.

E mentre tutto questo entrava a far parte della mia vita, io continuavo a girare indisturbata con i mezzi pubblici zeppi di umanità come ogni giorno. Incontrando persone, stringendo mani, cercando di superare il fatto che, essendo Italiana, non potevo destare sospetti sul mio stato di salute.  

Alla chiusura delle attività in Germania e ai primi comunicati stampa e dirette streaming, sono però così arrivata almeno preparata, avevo sentito già quelle stesse parole in una lingua a me più familiare. Avevo avuto il tempo di interiorizzare il messaggio, di abituarmi all’improvvisa famelicità nei confronti di pasta, carta e lievito nei supermercati. All’idea di sorsate veloci di aria fresca da incamerarne il più possibile nei polmoni, per sopravvivere al letargo forzato.

Eppure, i miei calcoli non erano poi così azzeccati, non tutti almeno. E me ne accorgo ogni volta che sento mamme parlare tra di loro, che ridono dicendo ai figli che non possono andare a giocare a casa degli amici per il virus; me ne accorgo nel riconoscere i passanti provenienti dall’Oriente poiché gli unici, tra la folla, con mascherine e guanti, indossati anche in macchina. Me ne accorgo perché sono stordita dal carico di informazioni che non trovano nessun riscontro nella realtà che mi circonda; in questa pace e nel godersi le belle giornate degli altri, mentre io mi guardo in giro cercando di evitare il contatto con la folla ubriaca di libertà e cassa integrazione.

Mi scontro ripetutamente con i racconti di Carabinieri che vegliano sul rispetto delle regole elargite col passare dei giorni in Italia e l’assoluta mancanza di Polizia per i centri cittadini tedeschi che frequento, colmi di persone che godono dell’ombra del cartello non volutamente sarcastico „Schön, euch nicht zu sehen“.

Bombardata di foto e video di persone sdraiate sulle sponde del Meno a fumare narghilè, col sottofondo di una voce metallica che vieta gli assembramenti da un altoparlante. Folle che neutralizzano, tutto sommato, la sensatezza della fila per prendere il carrello per poter entrare nei supermercati, e il superfluo utilizzo dei guanti, di cui bisogna munirsi e indossare seguendo la propria coscienza.

Ma alla fine di tutto mi chiedo, è giusto quello che sto dicendo? Cioè non c’è un divieto concreto che impedisca di uscire, di prendere aria, di giocare nel cortile di casa al riparo da occhi indiscreti. Quindi perché sto ragionando così? Chi mi dice che un Paese ha più ragione dell’altro? Chi mi rende così guardinga e sospettosa? Da cosa mi sto lasciando influenzare?

Il punto, in fondo, è che racchiudere due vite, con un piede in due scarpe, comporta uno sforzo davvero disumano, uno stato alienante da libri di filosofia, un dibattito continuo tra ciò che si sente e ciò che si ascolta.

Un oscillare continuo tra ciò che gli occhi vedono e quello che gli occhi leggono, tra strade affollate tra i fiori della Primavera e cassette della posta riempite giornalmente con inviti a rimanere a casa, manifesti affissi per riunire il vicinato, per aiutarsi a vicenda, per fare la spesa per chi non può farlo.

Eppure Frau Merkel col suo sguardo gelido e fisso nella telecamera, dopo i primi interventi volti a rassicurare tutti sull’efficienza del piano di difesa tedesco, ha detto quello che credo prenderò come monito tra tutta questa leggerezza che è appunto nient’altro che leggerezza:

„Es ist ernst. Nehmen Sie es bitte ernst“. Ѐ una cosa seria, prendetela per favore seriamente.

Questo articolo è stato selezionato nell’ambito del progetto “Cronache della Quarantena” e pubblicato nel giugno 2020 in un’antologia curata da Catartica Edizioni.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. elettasenso ha detto:

    Tu sei disorientata dalle tue diverse scarpe. Lo hai raccontato benissimo. Io che ho scarpe nella stessa nazione, credimi, sono disorientata quanto te: a parte la chiusura totale non c’è una linea unica a cui credere e attenersi. Seguo sufficientemente l’informazione, ma sul corona virus trovo solo confusione. In primis dai virologi. Poi le Regioni. Mah. Vedremo. Comunque lieta di leggerti e seguirti.
    Eletta 🐞

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  2. luisa zambrotta ha detto:

    Bella descrizione di questo periodo delirante
    … e cerca di proteggerti!

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  3. Fritz Gemini ha detto:

    Ciao Teresa, e’ capitata la stessa cosa anche a me vivendo in Belgio. Qui la gente esce di casa per fare delle passeggiate con figli, oppure in bici. Hanno iniziato il 18 marzo, quando in Italia si parlava di zone rosse, regioni rosse e così via quasi da un mese. Un vero delirio. Leggevo anche che in Germania, il confinamento è stato più’ leggero. I media in Italia hanno bombardato incessantemente la gente. Qui in Belgio molto meno. Difficile spiegare tante differenze. Buona giornata. Fritz

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  4. speradisole ha detto:

    Bravissima, complimenti.
    Un saluto

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