Io, educatrice a Francoforte

«C’è stato un momento in cui ero da sola; quella che sarebbe stata la mia coinquilina, era partita per il Capodanno. Non ero nel mio letto, c’erano dei rumori di città che di notte, da me, non avevo mai sentito. Mi sono svegliata, nel cuore della notte, ho guardato davanti a me e attraverso il buio della stanza: ma dove sono? non sapevo dov’ero e da lì il cervello mi ha portato a chiedermi ma io chi sono?. Non ricordavo come mi chiamavo e quanti anni avevo… cioè io provavo a sforzarmi, ma non me lo ricordavo e nella disperazione avrei voluto piangere. Così ho pensato che sarebbe stato meglio rimettersi a dormire. Quella sensazione non la dimenticherò mai, è stato come non avere più l’identità…mi sono spostata dal mio paese e d’improvviso non sapevo più chi ero».

Eppure un nome e un’identità Ester, 32 anni, ce l’ha. Pachinese di nascita, d’animo canadese e Erzieherin (maestra) per la maggior parte della giornata. Si è laureata in Italia all’Università di Messina nel 2012 in Scienze dell’educazione e della formazione, riuscendo a trovare lavoro a Francoforte in un asilo italo-tedesco a gennaio 2018. Arrivare però nella Mainhattan è stato solo un piccolo pezzo del puzzle da mille pezzi che Ester ha pazientemente assemblato, sia a livello lavorativo che di crescita personale.

Dopo la laurea infatti, decide di trascorrere un anno in Canada per perfezionare il suo inglese, sfruttando la possibilità, ereditata dal padre, di usufruire di un passaporto canadese. Appena ritornata a Pachino però, le è subito chiaro che il ritorno nel suo paese non l’avrebbe resa felice. Ma per andarsene aveva bisogno di soldi.

Dopo aver accettato un lavoro in un vivaio per qualche tempo, quindi, decide con un’amica di partire per Edinburgo per lavorare in un ristorante cinese tramite conoscenze. Il lavoro però non si è rivelato ciò che si aspettava e quindi, pur di non tornare indietro a mani vuote, fece un ultimo tentativo lavorativo a Londra, che a differenza di quanto si aspettava, risulta inaccessibile per chi parte con un bagaglio fatto solo di speranze. Costretta a ritornare su sui passi, «a fare la figliol prodiga chiesi soldi a mia madre per comprare i biglietti e tornare a casa, cosa che non volevo fare perché psicologicamente significava ritornare in un paese da cui ero andata via già due volte». La figliol prodiga però trova molto di più chiedendo aiuto ai suoi genitori «tornata a febbraio da Edinburgo, dopo qualche mese, mia madre ha trovato su Facebook annunci di agenzie che finanziavano la partenza per la Germania con il mio titolo di studio; mi offrivano vitto alloggio, se non ricordo male, e corso di tedesco fino al B1 in modo da affrontare dei colloqui di lavoro a Stoccarda. Se fossi stata assunta da qualche azienda con cui mi mettevano in contatto, avrebbero pagato anche il B2. Invece se avessi abbandonato il progetto avrei dovuto ripagare ciò che avevo ricevuto. Venni subito informata del fatto che avevano preso un numero maggiore di aspiranti Erzieher/innen e che sarebbe potuto succedere di non riuscire trovare un posto di lavoro per me. Dopo aver partecipato quindi ad un corso di tedesco intensivo di 8 ore giornaliere, purtroppo l’unica offerta che ho ricevuto, dopo aver fatto molti colloqui, era in una casa famiglia ai confini con la Svizzera. Non ero ancora sicura con la lingua e ho rifiutato». L’unica soluzione per Ester è dunque quella di tornare a Pachino, al punto di partenza. Tornata a casa a però, non riesce ancora a far tacere la voglia di ripartire.

Cercare di lavorare nel suo ambito, le è da subito chiaro, non sarebbe stata una scelta saggia, poiché i contratti proposti erano a nero o retribuiti miseramente. Per questo ha da subito abbandonato l’idea di fare la maestra, in favore di qualcosa che le permette di guadagnare. Inizia quindi a lavorare in un bar tabacchi, tutto il giorno, tutti i giorni anche nei festivi, continuando però a sperare in qualcosa di più. Il maggior incoraggiamento proviene soprattutto dall’attuale fidanzato che «ha sempre manifestato la voglia di trasferirsi in Germania per motivi lavorativi. Io ero sempre stata contraria in realtà, avevo un pregiudizio, non so nemmeno sulla base di cosa. Non un pregiudizio sulle persone eh! ma verso l’Europa: non mi attirava più di tanto, la vedevo un po’ vecchia rispetto all’America».

Nonostante i dubbi Ester, si lascia trasportare dall’intraprendenza del ragazzo e inizia a mandare curriculum a tutti gli asili bilingue che riesce a trovare in Europa: in inglese in Belgio e a Malta e in tedesco in Svizzera e Germania. Cosciente di dover aspettare prima di avere qualche riscontro positivo, non si lascia però abbattere dalle poche email di risposta ricevute…tra un no e un la terremo in considerazione, finalmente qualcosa comincia a muoversi.
«Dopo qualche mese di attesa un asilo mi ha risposta, a novembre 2016, per chiedermi quando potevo incontrarli a Francoforte per un colloquio. A gennaio del 2017 sono riuscita ad organizzare viaggio e alloggio per qualche giorno per me e la mia famiglia, che voleva fare un viaggio di piacere: mia mamma, mia sorella, mia nonna, mia zia, zio e mio cugino partirono quindi con me». E tuo padre? «Mio padre non c’era, perché doveva accudire il cane.»

A gennaio dunque «mi sono presentata al colloquio, ma il mio tedesco non era più quello di prima… non a caso avevo scelto un asilo bilingue e quindi per fortuna ho trovato qualcuno che mi aiutasse e traducesse quel che non riuscivo a capire. Venni assunta, dopo qualche giorno come maestra di madrelingua italiana e col tempo e, aiutandomi anche con l’inglese, sapevo che sarei riuscita a interagire anche con le colleghe e quindi non ero preoccupata». Riuscire a trovare un lavoro non è però l’unico rompicapo da risolvere prima di affrontare un viaggio oltre confine, anzi, apre di solito parallelamente la strada per nuove sfide: la prima, senza dubbio, quella di trovare un alloggio soprattutto per chi non ha alcun appoggio in città.

«Ho iniziato a lavorare a gennaio 2018, arrivando ovviamente qui a dicembre 2017; ho avuto un anno di tempo dalla firma del contratto per cercare una casa che, per forza di cose, ho dovuto trovare online tramite annunci in inglese o scrivendone un paio in tedesco…in fondo mi servivano solo due parole “cercare” e “casa” e ancora le ricordavo. Per le risposte più complicate poi chiedevo al traduttore.» parola d’ordine: mai lasciarsi scoraggiare. «Il problema che ho riscontrato subito è che se non lavori e quindi non puoi mostrare le ultime tre buste paga, non ti permettono di prendere casa. E così dall’opzione appartamento sono dovuta passare a stanza, perché nella maggior parte dei casi c’è una persona che fa da garante con il padrone di casa e gli altri si relazionano direttamente a lui.»
Perseverando, addirittura arrivando a fare tre lavori per gravare il meno possibile sulla sua famiglia, Ester riesce a trovare un annuncio in inglese di una ragazza che avrebbe lasciato un appartamento proprio nel periodo che le serviva «ho contattato una ragazza, rispondendo ad un annuncio in inglese, e lei mi ha detto che sarei subentrata al posto suo nel suo vecchio appartamento. Il problema era che avrei dovuto restituirle la caparra che lei aveva pagato per l’appartamento al proprietario, perché se ne stava andando prima della fine del contratto, e promettendomi che avrei ricevuto i soldi dal proprietario stesso quando avrei lasciato la casa. Ovviamente non avevamo alcun contratto che definisse questo aspetto, ma lei era l’unica che mi aveva risposto e non mi andava di perdere un posto di lavoro per una cauzione. Ho deciso di rischiare. Anche senza un contratto o un accordo scritto, la caparra sono riuscita a riaverla; mai però avrei pensato che l’incertezza di aver dato dei soldi ad una sconosciuta non sarebbe stata la cosa peggiore». Se da un lato, quindi, la ragazza si era dimostrata sincera nelle sue intenzioni, dall’altro il problema linguistico ha fatto sì che si creassero delle incomprensioni riguardo l’appartamento in sé: «abbiamo parlato con messaggi vocali tramite Messenger, lei con un inglese un po’ storpiato. Avevo capito che avrei avuto una stanza tutta mia, in un appartamento che avrei diviso con una sua connazionale. In base a come erano fatte le foto, si capiva che il locale ero piccolo, un 12 metri quadri va’, in cui c’era bagno, cucina e stanza… tutto in un rettangolino».

E poi? «Arrivata a dicembre a Francoforte e conosciuta la ragazza e la mia coinquilina, ho notato che l’appartamento era sì piccolo, ma che peggio, in un angolo, c’era solo un divano letto. Rimasta da sola con la mia coinquilina, un po’ confusa, le ho chiesto dove avrebbe dormito, sentendomi rispondere qua con te. Avevo ancora tutto in valigia, mi veniva da piangere, ero da sola, ho chiamato i miei disperata, ma ho deciso di stringere i denti. Ho dormito nello stesso letto di una piazza e mezza con una sconosciuta. L’ho fatto solo per sei mesi, poi sono andata via».

Ester ha però pochi giorni per riprendersi dall’amarezza dovuta alla convivenza a cui era costretta, dopo pochi giorni avrebbe iniziato il suo nuovo lavoro. La sua lista di cose da fare, inoltre, non è ancora finita, un altro ostacolo importante doveva essere superato: l’Anerkennung. Per chi non lo sapesse, l’Anerkennung è il percorso di riconoscimento del titolo straniero in Germania che, per alcuni mestieri come Erzieher/in e Krankenpfleger/in, è un nullaosta fondamentale per il passaggio da semplice aiutante Hilfskraft a professionista Fachkraft; non solo a livello lavorativo-sociale ma anche remunerativo. «L ’Anerkennung l’ho iniziato in Italia nel 2017 e ricevuto solo a metà 2019. All’inizio spedivo le pratiche in Germania dall’Italia; la lista dei documenti da inviare mi era stata data in tedesco e quindi capire a cosa veramente corrispondessero i nomi dei documenti non è stato facile. Ho fatto tradurre alcune cose in Italia, come il diploma supplement ad esempio. Un iter burocratico assurdo…sai, mi hanno chiesto di inviare la traduzione del giuramento fatto dal traduttore in Italia! Spesso mi spedivano anche i documenti indietro…non è stato facile, tanto che poi sono rimasta in una fase di stallo fino a quando il mio capo non ha deciso di aiutarmi. Non immagini i salti di gioia quando è arrivata la conferma che ero a tutti gli effetti una maestra riconosciuta».

Tutto è bene ciò che finisce bene, è proprio il caso di dirlo: Ester è riuscita a fare un lavoro che la soddisfa, che immagina di fare ancora per molto tempo; il fidanzato, presto suo marito, l’ha raggiunta a Francoforte, dove vive con lei in un appartamento accogliente. Ma l’integrazione in un paese straniero non passa solo attraverso il lavoro e la casa, ma trova il suo punto più alto nell’inserimento nella società, nella creazione di connessioni: «al momento, dico che qui mi piace, che è casa mia, ma sono ancora con un piede qua e uno in Italia; non mi sono davvero integrata perché non ne ho voglia, rimango preferibilmente chiusa nella zona di comfort che mi sono costruita. Se potessi scegliere vivrei in Canada, mi rivedo di più nel loro modo di vivere: i paesaggi sono stupendi, la lingua più facile da imparare, mi rivedo nel senso di famiglia. Ovviamente da Francoforte posso raggiungere i miei a Pachino in due ore, mentre dal Canada impiegherei di più e non potrei scendere così spesso». Poi ci pensa, riprende la parola «allo stesso tempo però non penso di muovermi. Per molto tempo ho cercato questa stabilità, sono andata e tornata tante volte, non la voglio lasciare…l’ho cercata e non mi va di ricominciare. Il ritmo di Francoforte è davvero frenetico però la città mi piace molto, la trovo molto bella…è possibile fare delle belle passeggiate ed è molto ben connessa. Venendo da Pachino, poi, per me è ancora un sogno anche solo prendere l’U-bahn».

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