Il lockdown in Lombardia: il racconto di una madre

«Fa ridere molto gli italiani quando mi presento, quando mi dicono ad esempio ‘Ciao mi chiamo Beatrice’ , ‘Ciao, io Anke’ e mi rispondono ‘Ah, anche tu Beatrice?’».
Anke è una neo blogger di origine tedesca e temperamento italiano che vive in Lombardia da 19 anni con le sue due figlie e suo marito. E con temperamento italiano intendo che durante la nostra chiacchierata è riuscita a trasmettermi quella passionalità, quella rabbia e quello sdegno così caratterizzanti della nostra natura, che rendono semplice capire che si ha a che fare con un italiano. Il mio incontro con Anke, nonostante sia stato pressoché casuale, l’ho trovato assolutamente necessario per completare la mia esperienza, diametralmente opposta, della Pandemia che lei invece ha vissuto con i piedi in Italia, nel «piccolo mondo» del suo condominio, e con il pensiero rivolto alle incongruenze con Dresda, la città in cui ancora vive la sua famiglia.


«Io vivo dal 2001 in Italia, sono integrata nella realtà lombarda e la Germania la sento tramite la mia famiglia, che ho lasciato a Dresda e Berlino/Brandeburgo, e tramite Der Spiegel che è la mia fonte di informazione, quindi quello che ho recepito da lì è stato abbastanza limitato.
In Italia ho vissuto tutto sulla mia pelle e devo dire che fin dall’inizio eravamo sempre così immersi dalle notizie del telegiornale e poi dopo dai talk show, che la televisione tedesca ad un certo punto non la guardavo proprio più. Da un giorno all’altro siamo stati completamente immersi da questo tema, poiché sentivamo la necessità di essere informati: sentivamo i numeri, la conferenza stampa della protezione civile, del Presidente. Da un giorno all’altro non ci veniva nemmeno più data altra scelta.»
«Nel frattempo, continuavo però a leggere lo Spiegel e mi ricordo benissimo che mentre qui già eravamo completamente assorbiti dal tema pandemia, lì invece dovevo cercare a fondo per reperire qualche notizia in più. C’erano principalmente articoli economici e tutte informazioni che per me in quel momento non sembravano rilevanti: si capiva che in Germania non era ancora arrivata l’emergenza.»

Cosa raccontavi a parenti e amici?
«La mia famiglia l’ho informata subito riguardo i cambiamenti in Lombardia, quindi loro erano già consapevoli dell’evoluzione dei fatti. Per dire, noi avevamo il volo per Pasqua per Dresda, i primi casi ci sono stati a febbraio e quindi pensavamo che per quella data si sarebbe risolto tutto… avevo anche prenotato un biglietto per la Semperoper per un balletto con una prima ballerina italiana. Scherzavamo all’inizio sul fatto che saremmo andati comunque, magari senza dire in giro che venivamo dalla Lombardia e poi pian piano abbiamo capito da soli che non sarebbe stato il caso, notavamo la crescita del numero dei casi e di conseguenza ha preso la meglio il buon senso. Poi, di punto in bianco, hanno cominciato a cancellare le manifestazioni carnevalesche, i voli e, il 24 febbraio annunciato la chiusura della scuola».

«La decisione di rimanere a casa e non partire quindi non era più nostra. Non era più una questione di buon senso, ormai era un’imposizione dello Stato».


«Solo successivamente all’annuncio della zona rossa in Lombardia sono stata contattata anche dai miei amici, che per la prima volta mi chiedevano cosa fosse successo da noi e se anche io fossi in quella zona e se stessi bene. In quel momento ho capito che il messaggio era ormai filtrato anche attraverso la stampa tedesca e che si stava concretizzando anche nella mente degli altri».

Come è stato dover far fronte a quel repentino cambio di vita per te e per la tua famiglia?
«All’inizio, soprattutto per quello che riguarda la scuola, si pensava che il tutto durasse solo per una settimana, che poi sono diventate due…per arrivare piano piano a scadenze mensili come fine marzo, fine aprile, fino a quando era diventato chiaro che non avrebbero più riaperto. Quello che ho notato invece è che in Germania non hanno chiuso da un momento all’altro, lavoravano in anticipo e che c’era il Kinderdienst garantito per i genitori che dovevano lavorare. Quello che invece era stato riservato a noi, come famiglie in Italia, l’ho percepito come un chiaro ‘arrangiatevi’» .

«Io ho due figlie di 13 e 9 anni che dal 24 febbraio sono quindi rimaste a casa: qui in Lombardia hanno chiuso subito e mio marito, che lavora in Svizzera come me, ha chiesto di lavorare in smart working per prendersi cura delle bambine, mentre io ho avuto la possibilità di lavorare da casa solo dal 9 marzo, quindi dopo due settimane dalla chiusura della scuola. Questo mi ha fatto riflettere dopo, soprattutto quando si è cercato di capire come mai ci fossero tutti questi morti e la situazione fosse così grave, su cosa fosse andato storto. Per me era strana questa chiusura improvvisa, soprattutto poiché il 24 febbraio la maggior parte delle persone andava ancora a lavoro: come potevano organizzarsi i genitori così all’improvviso? Dove potevano andare i bambini? ovviamente dai nonni. Le mie figlie non hanno i nonni qua e mio marito è rimasto con loro, quindi non mi sono trovata nella situazione di dover chiedere aiuto alla famiglia, magari avremmo fatto anche noi questo errore, poiché in quel momento ancora non si capiva bene cosa fare e quanto fosse fondamentale proteggere le persone a rischio.»

«Per di più ad un certo punto qui in Lombardia, ora non so nel resto d’Italia, proprio per via dell’emergenza hanno cominciato a mettere i malati nelle case di cura: ricordo ancora questa scena in cui c’era il direttore della struttura che diceva che avevano recuperato delle stanze ‘indipendenti’per far posto ai malati covid. In realtà si capiva dall’intervista che si trattava solo di un corridoio… è stata un po’ easy come soluzione. Per me era strano, ma ho pensato che non avessero più opzioni. E ho riflettuto molto su questo punto poiché ho mia madre a Dresda in una casa di cura e dal 10 marzo nessuno poteva più entrare né uscire da lì; la prima misura è stata proprio quella di chiudere le case di cura e questo mi ha fatto molto piacere poiché avevo la consapevolezza di quello che stava succedendo in Italia, capivo che era davvero necessario proteggere prima queste persone».
«Le bambine ad ogni modo, stando a casa con noi, hanno seguito tutto quello che si diceva e noi abbiamo sempre cercato di spiegare quello che succedeva. Come ho detto, le scuole sono state chiuse improvvisamente, ma i tempi della chiusura sono aumentati pian pianino e le misure anti-covid, sempre pian piano, sono diventate sempre più rigide. E ricordo di aver detto ai miei amici in Germania che qui in Italia vale il detto ‘Lächle und sei froh, es könnte schlimmer kommen! Und ich lächelte und war froh, und es kam schlimmer…!’: abbiamo quindi preso le cose inizialmente alla leggera, sperando in una soluzione rapida e indolore e con tempi brevi… fino a quando non ci hanno detto che non avremmo potuto superare i 200 metri di distanza da casa nostra. Per le prime settimane infatti abbiamo fatto le passeggiate, siamo andati in paese, abbiamo preso un gelato, pur avendo qualche dubbio. Poi abbiamo cominciato a fare qualche camminata solo sotto casa, anche se non per molto dato che esattamente il 23 marzo ci hanno proibito anche quello, chiudendo i parchi. Sai cosa c’era rimasto? una rampa del garage all’aperto, la semplice rampa del garage che abbiamo percorso su e giù per un mese ogni mattina fino a maggio, solo per prendere un po’ di aria e muoverci».

«Onestamente però eravamo tutti un po’ nervosi anche nel fare quello, purtroppo dovevamo sempre interpretare le regole, non si capiva mai bene cosa si potesse fare e cosa no. Mia figlia, ad esempio, alle 7:30 di mattina quando sentiva magari una delle poche macchine che passavano avanti al garage, correva indietro per nascondersi, per non farsi vedere. Era veramente preoccupata. Ho visto altri genitori far fare le passeggiate nel garage ai figli più piccoli: la paura non ci permetteva nemmeno di goderci il piccolo giardino condominiale, non ci sentivamo sicuri. Alla fine, con cautela, ci siamo accorti che i bambini avevano bisogno di interagire con gli altri, anche solo rimanendo nel condominio per prendere aria fresca…certe volte basta anche solo il buon senso per sentirsi più sicuri in una situazione che, avevamo capito, sarebbe durata ancora molto. Ed è in quel momento che il condomino è diventato il nostro piccolo mondo, siamo diventati un’unico nucleo familiare».

«Un’altra grande preoccupazione era sicuramente data anche dalla scuola e dalla qualità dell’apprendimento online. Mia figlia più grande è stata davvero brava, ha studiato molto da sola e quindi non ho alcuna preoccupazione al riguardo. Certo non è la stessa cosa dover fare un paio di lezioni al giorno rispetto alle lezioni in presenza, però è riuscita a fare del suo meglio. Invece la piccola riceveva all’inizio solo compiti che non controllavano nemmeno, dando a noi il compito di farlo. Naturalmente lei non ha l’autonomia che la grande ha già acquisito».

«Nel mio caso poi, mio marito ha lavorato tutto il giorno in smart working, io lavoravo part time e quindi mi dedicavo anche a loro. Ovviamente notavo i miei limiti nel sostituire l’insegnante, delle volte anche per via dei termini specifici in italiano della biologia, della storia. Oppure la matematica: certo che so fare i calcoli ma alcuni metodi erano completamenti diversi da quelli che conosco io e quindi avevo paura di confonderla. Come facevo quindi a sostituire un’insegnante qualificata, che conosce il metodo e la lingua? Figurati, io andavo a scuola nella DDR».

«Avendo quindi vissuto in prima persona questa situazione incerta riguardo le riaperture, mi risultava assolutamente strano sentire che subito dopo la chiusura delle scuole in Germania si pensava già alla riapertura, si guardava ai modelli nordici che avevano continuato imperterriti con la loro quotidianità. Mentre qui in Italia questo tipo di ragionamento non è stato mai fatto, era chiaro ad un certo punto che con l’approssimarsi dell’estate che l’anno scolastico era ormai finito. Io pensavo che magari avrebbero prolungato i giorni di scuola a giugno per recuperare il programma quindi in estate, ma nessuno ha mai parlato di questo. Spesso mi sono chiesta se fosse stato meglio così oppure no».

La pandemia e la problematica legata ad essa a livello mondiale però ti ha resa inevitabilmente anche una partner di dialogo concreto tra Germania e Italia.

«Nel periodo di chiusura nessuno si è rivolto a me per chiedermi la mia opinione riguardo i tira e molla tra il governo italiano e quello tedesco. Una mia amica però faceva parte di un gruppo su Facebook in cui invece c’erano delle persone più polemiche ed è venuta a sapere di brutti scherzi che venivano fatti a discapito dei tedeschi in Italia. Si è un po’ spaventata».

«Adesso che siamo tornati liberi mi chiedono soprattutto spiegazioni riguardo le proteste in atto in Germania contro le normative anti-covid che, secondo questi manifestanti, non rispettano la decisione personale di fregarsene o no della propria salute. Mi trovo spesso, infatti, a far fronte alle domande dei miei colleghi e amici italiani che mi chiedono cosa stia succedendo…e io come lo spiego? Ovviamente è solo una piccola fetta di persone che protesta, ma purtroppo passano queste notizie alla televisione e quindi cerco in qualche modo di circoscrivere questa minoranza, appunto additandola come tale. Alcune volte sento però il bisogno comunque di spiegare e giustificare, ma poi mi rendo conto che non saprei davvero dire niente di sensato, poiché comunque sappiamo tutti che in Germania non hanno mai ricevuto l’ordine di considerare il balcone di casa come limite della libertà».
«Dall’altra parte però mi rendo conto che la loro la prospettiva sia completamente un’altra: Bergamo è dietro l’angolo per noi quindi abbiamo sentito sulla nostra pelle il pericolo, l’abbiamo rispettato. In Germania invece il tutto è stato vissuto in modo ovattato, quindi non mi sento di giudicare, poiché la sensazione e le esperienze vissute sono state completamente diverse, a partire dalle restrizioni e fino al modo di guardare gli altri come eventuale pericolo per noi e per la nostra famiglia».
«Questa situazione però mi ha fatto riflettere sulla particolarità della mia situazione…parliamoci chiaro: io come mi posiziono? Io l’ho vissuto come italiana, in Italia, ho l’occhio però lì e quindi non so nemmeno come mediare anche nelle discussioni».

Cosa pensi abbia implicato il dover vivere questa esperienza in Italia e non in Germania?

«La solidificazione del legame con gli italiani. L’ho sentito ancora di più da quando ho letto sullo Spiegel, già dal primissimo giorno in cui si cominciava a pensare alla chiusura di servizi, ristorante e scuole, il tipo di riflessioni che venivano portate avanti soprattutto a livello psicologico e con il motto ormai tanto di moda ‘was macht das mit uns?’. Loro riflettevano su cosa sarebbe successo a causa delle limitazioni, mentre noi eravamo già da 4-5 settimane a casa, chiusi e discutevamo esclusivamente del governo (le solite arrabbiature da italiani!) senza piangere, prendendo le cose di petto proprio perché c’eravamo già dentro. Loro avevano avuto tutto il tempo di prepararsi e da subito quindi era chiaro il rifiuto del trattamento che noi già stavamo subendo».

«Inoltre devo dire che, nonostante le discussioni, sono rimasta colpita dall’atteggiamento e dal rigore che hanno avuto gli italiani rispetto alla rigidità delle restrizioni anti-covid. Sicuramente ci siamo anche divertiti molto a prenderci in giro: ad esempio con i meme del cane che si rifiutava di uscire di nuovo per i suoi bisogni, solo perché il padrone non ce la faceva più a rimanere chiuso in casa! Questo rigore, come dicevo, mi ha stupita poiché da un popolo che comunque segue il codice della strada a modo suo, che non rispetta magari lo STOP se non c’è nessuno e si vede bene tutto, pensando ‘ma che senso ha fermarmi?’, non te lo aspetti. Allora come mai in questa situazione erano così disciplinati? Un argomento sicuramente rispetto a quello che può esserci per il traffico è la presenza massiccia della protezione civile, della polizia che veramente controllava e faceva multe. Un altro aspetto è anche il fatto che si capiva la gravità della situazione, avevamo paura: la salute è un argomento che tocca tutti».

Quando poi è stato possibile ritornare a viaggiare, sei andata a trovare la tua famiglia? O hai preferito rimanere in Lombardia?

«Quest’estate sono tornata in Germania, poiché in Europa siamo diventati un pochino più… leggeri e, quindi, ho potuto constatare la differenza abissale tra le due nazioni, ma anche tra ciò che per me, per noi, sentivo fosse giusto. A Berlino e a Dresda, le mascherine venivano usate solo nei mezzi pubblici, i camerieri spesso non le indossavano solo perché i tavoli erano all’aperto; il gel disinfettante dovevi cercarlo e spesso sembrava acqua diluita; nessuno ti misurava mai la febbre come si fa in Italia nei posti pubblici. Forse solo una volta ci hanno fatto lasciare il contatto telefonico. Noi abbiamo mantenuto lo stesso la distanza e abbiamo cercato di fare del nostro meglio, abbiamo messo la mascherina anche se gli altri non lo facevano…eravamo abituati così. Quando poi sono andata in una pizzeria da noi, in Lombardia, ho visto i camerieri con la mascherina e che ci misuravano la febbre e…mi veniva…mi veniva…ero emozionata. Da tedesca, ho sentito davvero che ero legata all’Italia e agli italiani».

foto di Anke Krügel, blogger di https://tuttopaletti.com/


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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. mocaiana ha detto:

    Un bellissimo post, molto istruttivo. Noi abbiamo amici olandesi che ci telefonavamo a marzo per sapere cosa fare, di cosa fare scorte, perchè da loro il Covid era ancora lontano e noi eravamo invece, e purtroppo, già allenati. Ho dovuto inviare la formula chimica della candeggina, perchè non sapevo come spiegarmi 🙂

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  2. Anke ha detto:

    L’ha ripubblicato su Tutto palettie ha commentato:
    Grazie Teresa per la intervista! È stato bello chiacchierare con te di questo periodo straordinario.

    "Mi piace"

  3. Teresa Merone ha detto:

    Conosciamo molto bene l’ “Arte dell’arrangiarsi” e in questo caso è tornato utile.
    Grazie per il commento!

    "Mi piace"

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